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Comparative Politics Vol 1: Education. Malaysia vs Italy – Politica Comparata Vol 1: Istruzione. Malesia vs Italia

 

 

 

 

 

I’ve been working on a socio-economic report in Malaysia for a few months now. Malaysia has accomplished an incredible development since its independence from the UK in 1957. From 1970 to 2010 the level of poverty has decreased from 49,3% to 3,8% (see p. 53). The various governments have significantly contributed to the economic transformation from an agricultural-based economy to an industrial one. The economic transformation is now set to make Malaysia a knowledge-based economy.

Political stability has been a crucial factor in the development of the long-term vision (from 1957 till today there have been 13 elections and 6 PMs whereas in Italy we’ve had 41 PMs’ alternations from 1946 up to today considering elections, cabinet re-shuffles, ‘coups within the Cabinet’ due to internal power struggles, and all sorts of other incomprehensible dynamics typical of Italian politics).

Here, the Government implements 5-year economic plans (i.e. the 10th Malaysia Plan currently underway). Back in 1991, the former Prime Minister Tun Mahathir launched his programme, Vision 2020, in order to make Malaysia a high-income country (the World Bank currently ranks Malaysia as an upper middle-income country).

There are many aspects that struck me positively. Above all the fact that everyone is conscious that in order to enjoy higher standards of living, the key variable to invest on is education. In 2011, the Government allocated 20.9% of the total public spending on education against 8.9% in Italy in 2010. If we look at other industrialized countries, the US allocated 12.7%; the UK 13.3; Norway 15.3%.

Universities here work hand in hand with industry in order to facilitate the access to the labor market. The Government supports financially all high-tech sectors that promote high-skilled labor and contribute to the economic transformation of the country. Due to steer competition from mid-value manufacturers such as India and China, Malaysia has taken a different direction by focusing on its comparative advantages (e.g. biotechnology considering the incredible biodiversity present in Malaysia) and investing heavily on technology and innovation (and by attracting FDI) thereby upgrading the value chain from mid to high-value added.

What about us? When is the last time we spoke about industrial policies (let alone five-year plans with investment targets, expected growth, and employment opportunities)? The complete absence of policies in our political debate is baffling as it is the lack of information and statistics. This is the website dedicated of the Economic Transformation Programme. It might be because I haven’t been in Italy for a while now, but I can’t remember anything like this in my country.

When are we going to understand that we have to focus on our comparative advantages? We have to realize that countries and entire regions that were excluded from the global market have now entered it as a consequence of globalization. The great majority of labor-intensive economic activities has moved where labor cost is lower. Trying to compete on a large scale on mid-value goods is a waste of time. So is seeking to get those jobs back. The inability to innovate and interpret the major socio-economic upheavals is what has brought Italy to a slow but steady decline.

How is it possible that in the country that boasts the highest number of UNESCO World Heritage sites (49) History of Arts – as a high-school discipline – gets cut down (or eliminated?) along with our permanent delegation to UNESCO? Of course I’m not saying that everyone should become either an artist or an art critic, but this is certainly an area that makes Italy unique in the world and that would create massive spin-offs in tourism and cultural economic activities.

Energy policy? Italy imports 79% of the energy it consumes. Considering how much we spend, we should be at the forefront in terms of R&D in renewable energy. Not only for strictly economic reasons, but also for strategic political ones (e.g. the consequences of Libya post-Gaddafi; and the Ukrainian conflict with Russia and the threat it poses in terms of gas supply to Europe). We could create, like in Malaysia, economic corridors in order to develop strategic economic areas with tax breaks, simplified regulations, and partnerships with universities in order to promote R&D and attract FDI, thereby creating high-skilled (and high-income) employment opportunities.

Lesson learned: the creation of a conducive ecosystem for innovative businesses starts from investments in education and R&D.    

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Mi trovo da qualche mese in Malesia per sviluppare un report socio-economico sul Paese. La Malesia ha fatto passi da gigante dal 1957, anno della sua indipendenza dalla Gran Bretagna. Dal 1970 al 2010, il livello di povertà è stato ridotto dal 49,3% al 3,8% (vedi p.53). I Governi che si sono succeduti hanno contribuito significativamente alla trasformazione economica da una società agricola a industriale e ora “knowledge-based.”

La stabilità politica di cui gode la Malesia ha certamente contribuito allo sviluppo di una visione di lungo termine (dal ’57 ad oggi ci sono state 13 elezioni e 6 Primi Ministri contro i 41 avvicendamenti di Capi di Governo in Italia dal 1946 ad oggi, tra elezioni, colpi di palazzo, rimpasti, ribaltoni e altre denominazioni intraducibili e incomprensibili al resto del mondo).

Qui si fanno piani economico-industriali su base quinquennale (attualmente è in atto il 10th Malaysia Plan) e nel 1991 l’allora Primo Ministro Tun Mahathir lanciò il suo programma Vision 2020, una roadmap con lo scopo di far diventare la Malesia un Paese ad alto reddito (attualmente è classificato secondo la World Bank come upper middle-income).

Ci sono tantissimi aspetti che mi hanno colpito in maniera positiva (e spero di aver la possibilità di approfondirli in post futuri). Ma ciò che mi ha sorpreso maggiormente è che tutti sono consapevoli del fatto che per raggiungere migliori standard di vita, la variabile fondamentale su cui investire è l’istruzione. Nel 2011 in Malesia, la spesa pubblica verso l’educazione è stata del 20,9% del totale contro l’8,9% dell’Italia nel 2010. Se guardiamo altri Paesi industrializzati, gli USA investivano nel 2010 il 12,7%; la Gran Bretagna il 13,3%; la Norvegia il 15,3%.

Le università qui lavorano a strettissimo contatto con l’industria per favorire l’inserimento nel mercato del lavoro e il Governo sostiene finanziariamente tutti quei settori high-tech o che favoriscono lo sviluppo di high-skills che promuovono la trasformazione economica del Paese. Trovandosi a competere con colossi del settore manifatturiero di medio valore aggiunto (India e Cina), la Malesia ha intrapreso una direzione diversa, sfruttando i propri comparative advantages (per esempio nel settore della bio-technology data l’incredibile biodiversità) e investendo in maniera massiccia in tecnologia e innovazione (con incentivi per favorire l’entrata di investimenti stranieri diretti) che permetterà la trasformazione della produzione da medio ad alto valore aggiunto.

E noi? Da quanto non si sente parlare di politica industriale (figuriamoci di piani quinquennali con target specifici per quanto riguarda livelli di investimento, aspettativa di crescita e numero di posti di lavoro)? L’assenza di policies è a dir poco sconcertante nel nostro Paese e lo è altrettanto la mancanza di accesso a informazioni e statistiche. Questo è il sito che riguarda l’Economic Transformation Programme in atto in Malesia. Sarà che manco dall’Italia da un po’ ma non ho memoria di niente del genere. Soprattutto perchè manca la politica alla base.

E noi quando capiremo che per crescere economicamente dobbiamo concentrarci sui nostri comparative advantages? Dobbiamo renderci conto che la globalizzazione ha permesso l’entrata nel mercato globale di Paesi ed intere regioni che fino a poche decine di anni fa ne erano completamente escluse. Di conseguenza, gran parte dei lavori di tipo labor-intensive si sono spostati dove la manodopera costa una frazione di quella dei Paesi industrializzati. Cercare di competere in larga scala su questo territorio è tempo perso. Cercare di far “rientrare” quel tipo di posti di lavoro lo è altrettanto. La nostra incapacità di innovare, di interpretare gli sconvolgimenti globali a livello socio-economico ha portato al declino il nostro Paese.

Ma come si fa, nel Paese che vanta il più alto numero di siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO (49) a ridurre (o cancellare?) le ore di insegnamento di Storia dell’Arte e la rappresentanza permanente presso l’UNESCO? Questo non vuol dire (come molti bacchettoni italiani pensano) che “non possiamo mica tutti essere artisti o critici d’arte” ma di sicuro questo è uno di quei comparative advantages di cui sopra che rendono il nostro Paese unico al mondo e che creerebbero un immenso indotto tra turismo e cultura.

Politica energetica? L’Italia importa il 79% dell’energia che consuma. Noi dovremmo essere l’avanguardia della ricerca nel settore delle rinnovabili considerando quanto spendiamo. Non solo da punto di vista strettamente economico, ma anche politico, l’energia è strategica per non essere soggetti a shock esterni (si pensi alla Libia post Gheddafi e al conflitto russo-ucraino e le conseguenze sull’approvvigionamento del gas in tutt’Europa). Si potrebbero creare, come in Malesia, corridoi economici specializzati in settori strategici per l’economia con incentivi fiscali e regolamentari e partnership con le università per favorire la ricerca e lo sviluppo e attrarre investimenti esteri diretti creando così opportunità di lavoro di alta competenza (e alto reddito).

Morale della favola: la creazione di un ecosistema che favorisce lo sviluppo di attività economiche innovative parte da investimenti in educazione e ricerca e sviluppo