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Krugman vs Alesina and the Italian Stalemate – Krugman contro Alesina e l’impasse italiano

What is the economic policy of the new Italian government? I bet no one can answer this question. On the one hand, the Democratic Party (PD)-or at least some of the ministers- emphasize the importance of cutting taxes on the labor market in order to boost employment. On the other hand, B (that just stands for Berlusconi since it’s hard to believe the existence of a structural party behind him) is obsessed with the repeal of IMU (a tax introduced by Monti on real estate). The problem is that PD and B are sitting at the same table, the Government. Both, however, stress the importance of maintaining the promises made to the EU (i.e. keeping the budget in order, whatever it takes) but at the same time say we need more investments to shake up the real economy.

Well, guess what? The two policies are mutually exclusive, especially in times of crisis. We either expand spending or we cut it. We either choose Keynesian economics or we go for Austerity. This choice mirrors the debate going on between Paul Krugman and Alberto Alesina, the first being of course the Keynesian and the second the Austerian from Bocconi. Krugman criticizes Alesina and Ardagna’s paper arguing that there is no evidence that spending cuts lead to economic expansion. In the Euro area, indeed, austerity has produced the situation in the graph below:

Alesina, in turn, replied Krugman saying “My paper has never claimed that every fiscal adjustment is expansionary. It just claimed that there have been examples in which some well-designed policy packages, based on spending cuts and other measures, have been associated with a positive impact on the economy.”

As I already pointed out in my previous post, the bottom line stays the same: it’s the boom, not the slump the right time for austerity. We all know how badly Italian governments have blown up taxpayers money for the past 30 years or more, and how much money ends up in corruption. I do believe there are sectors where spending must be cut (one example above all, eliminating provinces, a useless administrative layer that sucks money and makes our infamous bureaucratic system even slower).

Yet, do we really think that lying off thousands of people right now will help boosting our economy and keep our budget in order? With an unemployment rate at 11,5% and a big credit crunch, our priority is creating employment and this is why we need more spending now. The US went that way and they are getting out of this mess. We, in Europe, are falling even deeper into it.

So what is the incumbent government doing for our economy? Absolutely nothing. First of all because of its inherent weakness (Left and Right can hardly agree on what the recipe should be, assuming they have any idea about what should be done at all). Second, because we don’t have the guts (and the credibility, since the rest of Europe laughs at us seeing Berlusconi once again) to renegotiate the Fiscal Compact within the EU.

The priorities of our politicians are clearly different. While PD proposes to ban “movements” from running for the next elections (clearly targeting the Five Stars Movement), the Five Stars can’t discuss anything else than how much their own elected MPs should spend for lunch or dinner; B, of course, has a more compelling priority in times of crisis and proposes to halve the term of imprisonment for the people charged with association with the Mafia. This will definitely help restore our economy. 

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Qual è la politica economica del governo Italiano? Scommetto che nessuno abbia una risposta a questa domanda. Da un lato, il PD⎯o almeno alcuni ministri⎯mettono al centro la questione della riduzione delle tasse sul lavoro al fine di sostenere l’occupazione. Dall’altro lato, B (perchè tanto è inutile di parlare di PDL dato che non c’è alcuna struttura partitica dietro di lui) è ossessionato con l’abolizione dell’IMU. Il problema è che PD e B sono seduti allo stesso tavolo, il Governo. Entrambi, tuttavia, sottolineano l’importanza di mantenere le promesse fatte all’UE (tenere i conti in ordine, a qualsiasi costo) ma allo stesso tempo dicono che abbiamo bisogno di più investimenti per dare una spinta all’economia reale.

Ebbene, indovina un po’? Le due politiche sono alternative l’una all’altra, specialmente in tempi di crisi. O aumentiamo la spesa o la tagliamo. O scegliamo una politica economica keynesiana o continuiamo con l’austerità. Questa scelta rispecchia il dibattito tra Paul Krugman e Alberto Alesina, il primo naturalmente rappresentante di Keynes e il secondo dell’austerità bocconiana. Krugman critica un paper di Alesina e Ardagna affermando che non ci sono dati empirici a testimoniare che tagli della spesa corrispondano a crescita economica. Nell’area euro, infatti, la politica di austerità ha prodotto la situazione del grafico qui sotto:

Alesina, allo stesso tempo, risponde a Krugman dicendo “Il mio paper non ha mai affermato che ogni misura fiscale porta crescita economica. Dice solo che ci sono esempi dove pacchetti politici ben strutturati, basati su tagli della spesa, hanno un impatto positivo sull’economia.”

Come ho già descritto in un post precedente, la morale della favola è sempre la stessa: il boom economico, non la recessione, è il tempo appropriato per l’austerità. Tutti noi sappiamo come i governi italiani abbiano sperperato denaro pubblico negli ultimi 30 anni o più e quant’altro denaro sia stato mangiato dalla corruzione. Anch’io credo che si debbano fare dei tagli (un esempio su tutti, le province).

Ma siamo sicuri che licenziando migliaia di persone proprio in questo momento di crisi possa aiutare la ripresa economica? Con un tasso di disoccupazione all’11,5% e in una situazione di ristrettezza del credito, la priorità è creare occupazione ed è per questo che dobbiamo aumentare la spesa adesso. Gli USA hanno preso questa strada e stanno uscendo dalla crisi. Noi, in Europa, ci stiamo sempre più dentro fino al collo.

Quindi, cosa sta facendo il nostro governo per l’economia? Assolutamente niente. Prima di tutto a causa della sua debolezza interna (Destra e Sinistra difficilmente troveranno un accordo sulla ricetta, ammesso che abbiano alcuna idea di cosa si debba fare). Secondo, perché non abbiamo gli attributi (e la credibilità, dato che ci ridono dietro in tutta Europa vedendo ancora una volta Berlusconi) di rinegoziare il Fiscal Compact a livello europeo.

Le priorità dei nostri politici sono chiaramente diverse. Mentre il PD cerca di mettere al bando i “movimenti” (ostacolando chiaramente l’M5S), l’M5S è tutto rinchiuso nella sua discussione su quanto debbano spendere per pranzo e per cena i propri eletti in Parlamento. B, naturalmente, ha un’idea ben chiara delle priorità del Paese e propone di dimezzare la pena detentiva per il concorso esterno in associazione mafiosa. Questo sì che aiuterà l’economia del nostro Paese. 

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Occupy PD contro la “rendita da posizionamento”

La politica italiana è ridotta da anni a mera politics. Non vi è alcuna traccia di policies. I programmi politici sono inesistenti. Nessun partito riesce a dire come e da dove vuole prendere risorse per portare avanti quelle generiche e stringate promesse elettorali. E l’informazione non riesce mai a fare quella benedetta “seconda domanda” che dovrebbe inchiodare i politici.

Si discute solo di posizionamento politico, di alleanze, di cariche e nomine. I dirigenti discutono la linea politica da intraprendere in funzione a ciò che fanno gli altri partiti. Inevitabilmente ci si sposta tutti sempre più verso il centro, cercando di diventare quel “partito pigliatutto” in grado di proiettare su di sé la maggioranza dell’elettorato italiano.

E’ così che ragionano all’interno della dirigenza del PD (e anche qualche leader emergente). Se passiamo una linea più centrista, pensano i dirigenti, riusciremo a pescare nella gran parte del bacino moderato, anche quello più conservatore, tradizionalmente di destra. Ma questo è un ragionamento ormai lontanissimo dalla realtà italiana. La grande vittoria del M5S ha dimostrato che ormai gran parte dell’elettorato non è più affezionato alle vecchie nomenklature dei vari partiti e partitini di Sinistra e di Destra. Ma la gran parte del quadro dirigenziale del PD non si è accorto di questo cambiamento e si è affossato da solo durante l’elezione del Presidente della Repubblica, proprio a causa di quei vecchi veti incrociati di varie correnti che gli elettori vedono oggi come l’ennesima dimostrazione dell’autoconservazione della politica, ormai rinchiusa nella politica di palazzo.

Il conseguente governo con B. (che tanto sa di “inciucio”, termine che utilizzo con parsimonia) è la testimonianza di questa paura di cambiare e di seguire i propri valori. Meglio fare un governo con B e spostarsi un po’ più al centro che tentare un governo con il M5S (che comunque sia, non è un partito di Sinistra). Come si può pensare che dopo tutti questi anni l’elettorato di Sinistra possa digerire un governo a braccetto con B.? Mentre B. organizza manifestazioni contro istituzioni dello Stato e manda sui propri canali Ruby a farsi difendere dalle accuse di prostituzione minorile, cosa fa Letta? Si cuce necessariamente la bocca. Uno, perché sa che le sorti del governo dipendono da B. Due, perché non ha più un briciolo di legittimazione per poter contestare le sue azioni. Sartori ha pienamente ragione, B. ha preparato il “trappolone” perfetto.

La Sinistra, invece, deve recuperare la propria visione e sviluppare il proprio orizzonte attorno al suo programma e ai suoi valori. Ma i Dirigenti PD vedono un programma progressista come necessariamente minoritario, non in grado di raggiungere la maggioranza degli italiani. La miopia non ha permesso ai dirigenti di carpire quanto sia cambiata la società italiana. Lo scollamento tra la società civile che vuole cambiamento e la politica che ragiona ancora secondo schemi da Prima Repubblica rappresenta il bivio a cui è arrivato il PD. O si cambia o si muore. O si dà voce alla base, al gruppo dei Giovani Democratici e a Occupy PD, o il partito non sarà che un contenitore vuoto.

Il PD deve rinascere e avere un’anima laica e progressista. Il tatticismo all’insegna del riposizionamento verso un centro vuoto, immobilista, conservatore, solo per cercare di sfruttare questa “rendita da posizionamento” è una logica sciocca e, se deciderà di prendere questa strada, il PD continuerà a non rappresentare alcuna forza di cambiamento e innovazione nell’orizzonte politico italiano.      

House of Cards-like Italian Presidential Elections – House of Cards non è niente a confronto di queste elezioni del Quirinale!

The Presidential election has been one of the most unbelievable moments in recent Italian politics. And that says it all already. Everything took place in a House of Cards scenario, filled with conspiracy and internal power struggles.

The Democratic Party (PD) had an apparently easy task, namely accept the challenge to vote for Five Star Movement’s candidate, Stefano Rodotà (a highly respected personality in Italian politics, who also “belongs” to the Left). This would have finally led to the convergence of  PD and Five Star Movement for the creation of a Government that the vast majority of Left-wing and Five Star Movement’s constituents have hoped for since the elections.

For the presidential elections, PD should have followed two simple principles: 1) pick a candidate that was not perceived to belong to the “old politics” (Italians are clearly fed up with old political executives seen as corrupt and detached from social problems); 2) find a candidate that could have been supported by Five Star in primis (and all other parties in secundis) thereby opening up for the creation of a “government for change.” Five Star, in practice, served PD the perfect candidate on a silver plate, in order to attempt this convergence.

We ended up, however, with the opposite: 1) it’s the first time in the history of the Italian Republic that an incumbent President is elected for a second term; 2) the convergence with the Five Star for a “government of change” is impossible under this President, and PD paved the way for another anachronistic, irrational, an despised government with Berlusconi, which is emblematic of the lack of will to change, and at the same time, represents the “pact for salvation of the Second Republic.”

But how did we get to this point? Why did PD opt for self-destruction during the election of the President of the Republic? It is true that the original sin is all in the hands of PD’s executive group and their idiotic choice of a candidate, Marini, in search for the formation of a government with Berlusconi, Monti, and the League of the North. Marini’s candidacy, obviously, divided the party internally and drove off SEL- the other party in the Center-left coalition that voted for Rodotà during all turns except the fourth, where it backed PD’s candidate Prodi. Unbelievable mistake.

At the same time, however, Renzi (the young PD leader that lost the primaries against Bersani before the elections) did not indicate a clear direction out of this mess. Renzi and his followers did not vote for Rodotà (like SEL did) and didn’t even indicate a strong alternative to Marini that could have followed principles 1) and 2) above by proposing, for example, Emma Bonino. Scalfarotto, an MP belonging to Renzi’s faction, said he did not vote for Rodotà because he was Five Star’s candidate and was selected through an online system of direct democracy that clashed against the principles of representative democracy. Nonsense. Actually, bullshit.

Rodotà was mentioned as a potential Prime Minister in case Bersani did not succeed in gaining the confidence vote in the Parliament (as he didn’t), and he’s also seen favorably by PD’s constituents, many other powerful members of PD, and the overall base of the party. Second, even if what Scalfarotto says is true, why didn’t Renzi propose a strong alternative for change (as Emma Bonino)? Why did they only divert their votes towards candidates that clearly wouldn’t have been supported neither by the rest of the party nor by the rest of the coalition, and not even by other political parties (see Chiamparino), to end up supporting Napolitano’s second term?

It seems clear to me that Renzi seized the day to strike the final hit to the old executives of the party, in a very Frank Underwood-type conspiracy. Prodi (PD’s candidate at the fourth turn, and founding father of PD) didn’t receive the necessary votes to be elected by various factions within PD and I suspect one of these, at least partially, is Renzi’s (although this is just my speculation, as the President is voted with a secret ballot). The unexpected result of the fourth turn shook up PD so hard that Bersani (the current leader) and Bindi (the PD’s national assembly leader) resigned. Renzi struck his target perfectly and landed a huge success (for his future position within the party). The political debacle, therefore, is not only a responsibility of PD’s old executives, but also young leaders that prefer to follow their own agendas within the party to gain power, instead of driving the forces of change for the Nation.

I believe this is probably the end of PD. The stigma of belonging to “old politics” and hamper change is now a label very difficult to shake off, despite the fact that the base of the party, the group of Young Dems, and many other powerful personalities within PD have declared themselves for Rodotà since the very beginning, and against any kind of deal with Berlusconi, Monti, and League of the North. Grillo comes out of these Presidential elections like a statesman (although he said Napolitano’s re-election was “a coup d’état”) and the Left turns out to be one more time a powder-keg. For the sequel, we have to wait for the second season of House of Cards.

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Le elezioni del Quirinale sono state uno dei momenti più incredibili della politica italiana degli ultimi anni. Il che rende già l’idea della pazzia che abbiamo raggiunto. Il tutto si è svolto in uno scenario alla House of Cards- la celebre serie sulla politica americana con Kevin Spacey, piena di complotti e trame per la scalata al potere.

Il PD aveva un compito apparentemente semplice, raccogliere la sfida della candidatura di Rodotà e dare il via ad un governo di cambiamento. Il PD doveva seguire due facili linee di principio per questa elezione: 1) candidare qualcuno che non fosse percepito come appartenente alla vecchia politica, una figura di alto profilo; 2) trovare un candidato che potesse essere condiviso con l’M5S in primis (e tutte le altre forze in secundis), in modo tale da poter cercare la convergenza verso un governo di cambiamento. L’M5S, in pratica, ha dato al PD la pappa pronta.

Siamo finiti, invece, con l’opposto: 1) la prima volta nella storia repubblicana di una rielezione del Presidente della Repubblica; 2) il completo allontanamento dalla possibilità di un governo di cambiamento con l’M5S e l’apertura verso un’ anacronistica, irrazionale, odiatissima opzione di “larghe intese” o più palesemente “patto per la salvaguardia della casta”.

Ma come si è potuti arrivare a questo punto? Come è riuscito il PD ad autodistruggersi durante l’elezione del Presidente? Se a prima vista sembrava un errore madornale della dirigenza PD nel candidare Marini, la questione è molto più profonda. E’ vero che il peccato originale è tutto nelle mani della dirigenza che, completamente slegata dalla realtà, dalla base del PD e del Paese, ha spaccato il partito con la candidatura di Marini per cercare il consenso di PDL, SC e Lega alla ricerca di quel patto odiatissimo con il centro-destra. Errore gravissimo.

Allo stesso tempo, però, i giovani del PD non hanno dato segnali chiari di cambiamento. Non hanno preso una posizione netta o dichiarato di votare per Rodotà (come SEL) e nemmeno hanno proposto un’alternativa forte che seguisse i principi 1) e 2), per esempio proponendo Emma Bonino. Basta guardare ciò che scrive il renziano Scalfarotto su Huffpost. In pratica, afferma di non aver votato Rodotà perché era il candidato del M5S ed è stato votato attraverso un sistema, quello delle “quirinarie” apparentemente conflittuale col sistema rappresentativo. Si arrampica sugli specchi. Anzi, chiamiamo le cose per quello che sono: stronzate. Ammesso che quello che dice Scalfarotto sia vero, come mai i renziani, allora, non hanno proposto una candidatura alternativa nel segno del cambiamento, ma si sono appiattiti su candidature di circostanza (vedi Chiamparino) e hanno poi appoggiato la ricandidatura di Napolitano?

Mi sembra chiaro che Renzi abbia colto l’occasione per compiere l’ultimo assalto alla dirigenza PD, alla Frank Underwood in House of Cards. Prodi è stato impallinato da varie correnti e penso che, almeno parzialmente, i renziani non siano stati proprio così compatti come dicono nel votare Prodi. E il risultato è arrivato: le dimissioni di Bindi e Bersani. La debacle politica, quindi, non è solo responsabilità della vecchia dirigenza PD, ma anche dei giovani leader che seguono le proprie logiche e agende interne al partito, invece di farsi portavoce del cambiamento per il Paese.

Come molti, immagino che sia la pietra tombale per il PD. Lo stigma della casta è ormai marchiato a fuoco, nonostante la base, i Giovani Democratici ed altri esponenti di rilievo del PD si siano dichiarati fin dall’inizio a favore del cambiamento, contro qualsiasi ipotesi di accordo con PDL-Lega-SC. Grillo esce da queste elezioni come uno statista (nonostante abbia gridato al golpe in riferimento alla rielezione di Napolitano) e la Sinistra si è nuovamente polverizzata. Per il sequel, bisogna aspettare la seconda stagione di House of Cards.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il Grillo: responsabilità o immobilismo

Le elezioni daranno a breve inizio alla XVII Legislatura delle Repubblica Italiana. E non proprio sotto i migliori auspici. La frammentazione e l’ingovernabilità non sono proprio ciò di cui abbiamo bisogno, a prescindere dal punto di vista da cui guardiamo l’esito delle votazioni- anche se, per mettere le cose in chiaro da subito, la vittoria di B mi avrebbe fatto sviluppare uno stato avanzato di Tourette syndrome e procurato seri disturbi post traumatici da stress con relativi tic alla Dottor Thomas in ‘Vieni avanti cretino.’

Ora, considerando la distribuzione dei seggi nelle due Camere, immagino due scenari possibili: l’immobilismo- dato il diverso colore delle maggioranze alle due Camere- o la formazione di un governo di centro-sinistra con il Movimento 5 Stelle (che, tra l’altro, preferisco molto di più come interlocutore politico rispetto ai catto-liberisti montiani). La prima opzione culminerebbe in elezioni anticipate tra pochi mesi; la seconda ha, invece, il potenziale per cambiare l’Italia. Al Senato, ai 123 seggi di PD e SEL si aggiungerebbero i 54 di M5S raggiungendo così una maggioranza stabile di 177 seggi, ben al di sopra della soglia minima dei 158. Alla Camera ci sarebbe una maggioranza bulgara.

La domanda è: daranno prova quelli di M5S di essere responsabili ed essere pronti a collaborare (garantendo il supporto parlamentare esterno o entrando in una formazione di governo) per cambiare l’Italia? O si trincereranno nei dettami del comico a fare opposizione chiusi nella loro ideologia di non potersi schierare con alcuna forza politica per paura di un contagio pestilenziale? Penso che sia ora che il M5S dimostri di non essere un mero movimento di protesta. A mio avviso, essendo il primo partito italiano non può permettersi di mascherarsi dietro il “voteremo provvedimento per provvedimento in Parlamento.” Mi sembra troppo comodo. Anche perchè- e dalle dichiarazioni di alcuni grillini mi sembra che non sia loro chiaro- per poter creare un governo c’è bisogno della fiducia parlamentare che gioco forza deve passare per M5S. No fiducia, no party.
Un’alleanza PD-SEL-M5S avrebbe secondo me un potenziale enorme- meglio naturalmente se M5S entrasse a far parte di un governo, anche se mi sembra la possibilità più remota. E’ vero che che ci sono divergenze programmatiche (vedi ruolo dell’Italia in Europa), ma è altrettanto vero che ci sono tanti punti in comune su cui si potrebbe lavorare assieme. In questi anni siamo scesi così in basso che c’è l’imbarazzo della scelta tra le priorità su cui poter lavorare e far riforme.
Saranno in grado PD, SEL e M5S di cogliere l’attimo? Al post consultazioni l’ardua sentenza.