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Monthly Archives: March 2013

A suicidal Europe – L’istinto suicida europeo

“The boom, not the slump, is the time for austerity.” This is what John Maynard Keynes tried to teach us over 70 years ago, and we still don’t seem to have understood it at all. And when I say “we” I mean Europeans. Yes, because on the other side of the Atlantic Obama passed in 2009 the American Recovery and Reinvestment Act (ARRA), a stimulus plan of approximately $862 billion, while in Europe The Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union, better known as Fiscal Compact, entered into force on January 1.

But, let’s proceed in order. According to Keynes, an economic crisis can be killed with two weapons, monetary policy and fiscal policy. The former is in the hand of central banks, which normally expands the monetary base by cutting interest rates. In other words, central banks in the attempt to revive a stagnant economy lend money to banks (or better they buy bonds from banks) postulating that banks will throw this money back into the economy by providing funds to companies that find themselves in tight financial conditions. The latter is in the hand of governments, which could take advantage of the low interest rates to take out loans and shake up the sluggish economy. In this way the government would boost employment in the short-term and could take the opportunity to address the country’s long-term structural problems, by investing in education, public infrastructures, and renewable resources, for example.

The U.S. and EU found themselves into a liquidity trap. As Nobel laureate Paul Krugman puts it in End This Depression Now:

“Liquidity trap: it’s what happens when zero [interest rate] isn’t low enough, when the Fed has saturated the economy with liquidity to such an extent that there’s no cost holding more cash, yet overall demand remains low.”

Current interest rates in the U.S. and EU are at 0.25% and 0.75% respectively. Unemployment rate in Euro area has skyrocketed reaching 11.9% in January 2013. In contrast, in the U.S., unemployment has decreased to 7.7% in February 2013. Also, the U.S. has re-started growing while EU growth has plunged into recession. So what happened? Well, when Obama figured out that the first weapon, namely monetary policy, was out of ammo, he loaded up the second weapon and shot out a fiscal stimulus.

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Europe is in a different position as the EU has a monetary union but not a fiscal union. Krugman clearly explains the situation as follows:

“Think of Spain as being Europe’s Florida, Ireland as being Europe’s Nevada. But the Florida legislature doesn’t have to worry about coming up with the funds to pay for Medicare and Social Security, which are paid for by federal government. Spain is on its own, as are Greece, Portugal, and Ireland. So in Europe the depressed economy has caused fiscal crises, in which private investors are no longer willing to lend to a number of countries.”

So how did EU leaders react? Well, they loaded up the fiscal gun, but they pointed it towards themselves. The bottom line for that is the complete lack of a common EU vision. Countries in good economic shape (with Germany leading the way) started wondering, “why should we use our own taxpayers money to save countries that are not able to manage their economies?” Clearly, we are not the United States of Europe. And that is exactly the problem. The argument supported by Germany&Co pushed to look at austerity as the good answer to make sure Southern European countries would get the lesson. So instead of arguing for more spending, they finger pointed troubled countries and went for tight fiscal policy. This is how we ended up with the Fiscal Compact, which is exacerbating the economic situation all across Europe. Unfortunately, we will all have to learn from this wrong economic policy since not only we are in far deeper recession, but the debt-to-GDP ratio has also increased by 5% since last year.

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What we need now is spending money into sectors that will make us stronger and better-off in the long-run. In contrast, in all countries facing financial problems we have been slashing budgets for education and renewable resources, freezing money for much-needed infrastructures and raising taxes on anything that moves. We will just never get out of this crisis until we don’t understand Keynes’ very basic lesson and work towards higher political and economic integration. I want my generation to be the one of the United States of Europe.

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“Il boom economico, non la recessione, è il momento per l’austerità”. Questo è ciò che John Maynard Keynes ha cercato di insegnarci più di 70 anni fa e che sembra non abbiamo ancora per niente capito. E quando dico “abbiamo” intendo noi europei. Sì, perché sull’altra sponda dell’Atlantico, Obama ha approvato nel 2009 l’American Recovery and Reinvestment Act (ARRA), un piano di stimolo economico di circa $862 miliardi, mentre in Europa The Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic Monetary Union- meglio noto come Fiscal Compact- è entrato in vigore l’1 gennaio.

Ma procediamo per ordine. Secondo Keynes, una crisi economica può essere uccisa con due armi, la politica monetaria e la riforma fiscale. La prima è nella mani della Banca Centrale che normalmente espande la base monetaria tagliando il tasso d’interesse. In altre parole, le banche centrali nel tentativo di rivitalizzare l’economia stagnante prestano soldi alle banche (o meglio comprano i loro bonds) postulando che le banche inietteranno questi soldi nell’economia fornendo risorse alle società che si trovano in condizione di ristrettezze finanziare. La seconda è nelle mani dei governi, che possono avvantaggiarsi dei bassi tassi d’interesse per prendere a prestito capitali necessari a dare una scossa all’economia. In questo modo i governi imprimerebbero una spinta significativa alla creazione di nuovi posti di lavoro nel breve periodo e potrebbero cogliere l’occasione per affrontare i problemi economici strutturali investendo in educazione, infrastrutture e risorse rinnovabili, per esempio.

Gli USA e l’UE erano nella stessa situazione di trappola di liquidità. Nel suo ultimo libro, Fuori da questa crisi, adesso!, il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, descrive il concetto come segue:

“Trappola di liquidità: è ciò che succede quando zero [riferito al tasso d’interesse] non è abbastanza basso, quando la Federal Reserve ha saturato l’economia di liquidità a tal punto che non c’è nessun costo nel tenere denaro liquido, ma nel frattempo il livello di domanda rimane basso”.

Attualmente, i tassi d’interesse di USA e UE sono rispettivamente a 0.25% e 0.75%. Il tasso di disoccupazione in area Euro è partito in orbita raggiungendo l’11.9% a gennaio 2013. Al contrario, in America il tasso di disoccupazione è sceso al 7.7% a febbraio 2013. Inoltre, negli USA l’economia è tornata a crescere, mentre in Europa è precipitata in recessione, sotto zero. Che cosa è successo quindi? Ebbene, quando Obama ha capito che la sua prima arma, la politica monetaria, aveva esaurito le pallottole, ha caricato la seconda e ha sparato lo stimolo fiscale.

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L’Europa si trova in una posizione diversa in quanto l’UE ha un’unione monetaria, ma non una fiscale. Krugman spiega chiaramente la situazione come segue:

“Pensa alla Spagna come se fosse la Florida, l’Irlanda come il Nevada. Il corpo legislativo della Florida non si deve preoccupare di trovare i fondi per l’assistenza sanitaria o per il sistema previdenziale perché sono di competenza del governo federale. La Spagna, invece, è sola [nel dover trovare tali risorse], così come la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda. Così in Europa l’economia depressa ha causato crisi fiscali, in cui investitori privati non se la sentono più di prestare soldi ad un certo numero di Paesi”.

Come hanno reagito i leader europei? Beh, hanno caricato la pistola fiscale, ma l’hanno puntata verso di sé. La morale della favola è che c’è una completa assenza di visione comune europea. I Paesi europei “in forma” (con la Germania in testa) hanno incominciato a chiedersi “perché dovremmo usare i soldi delle nostre tasse per salvare Paesi che non sanno come gestire le proprie economie?” Come è evidente, non siamo gli Stati Uniti d’Europa. E questo è esattamente il problema. La tesi sostenuta da Germania&Co ha portato a vedere nell’austerità la risposta giusta per assicurarsi che i Paesi del Sud d’Europa imparassero la lezione. In questo modo, invece di spingere per aumentare la spesa pubblica, hanno puntato l’indice verso i Paesi indebitati e sono state approvate politiche fiscali restrittive. Così ci siamo ritrovati col Fiscal Compact, che ha esacerbato la situazione economica in tutta Europa. Sfortunatamente, tutti ora dovremo imparare questa lezione di cattiva politica economica, dato che non solo siamo sprofondati ancora di più in recessione, ma la relazione debito-PIL è aumentata del 5% dall’anno scorso.

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Ciò di cui abbiamo bisogno ora è spendere risorse nei settori che ci renderanno più forti e ricchi nel lungo periodo. Al contrario, in tutti i Paesi con problemi finanziari abbiamo tagliato con una mannaia i budget per l’educazione e le risorse rinnovabili, congelato i fondi per le infrastrutture di cui avremmo un gran bisogno e aumentato le tasse su tutto ciò che si muove. Non usciremo mai da questa crisi finché non capiremo la lezione di Keynes e lavoreremo verso una più ampia integrazione politica ed economica. Voglio che la mia generazione sia quella degli Stati Uniti d’Europa.

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The great American sense of community (and the Italian omertà) – Il grande senso di comunità americano (e l’omertà italiana)

Ask yourself this question: “what is a key feature when you think of American society?” I bet a lot of people answered: “Individualism.” This is typical if you are European, or probably just a non-US citizen. This is also what I expected to find the first time I came to the US.

One definition I found of ‘individualism’ reads as follow: the action or principle of asserting one’s independence and individuality; egoism.” In contrast, ‘sense of community’ can be referred to as: “the feeling of closeness and friendship that exists between companions.” I spent some time in the States and I have to say that the sense of community here is pretty strong and it’s one of the thing it makes me love American people.

This sneeze is a little different from my previous ones for three reasons: first, it’s been Saint Patrick’s Day so my hangover demonstrates I had better things to do this weekend than being nerdy and write on political stuff at home. Second, I like to believe in karma, so this is my way to give back something to the gentleman in the picture. Three, I guess it’s a good way to talk about American (and Italian) society from a different perspective.

On Friday morning, I went out to take the bus to go to work. Unfortunately, I saw it passing by ahead of time, so I started running to the stop, but I missed it. Steve, the generous gentleman, saw me cursing in all the languages you can find on a McDonald’s cup and rolled down the window of his car and said: “Hey dude, do you want a ride to catch the bus?” So, he picked me up and dropped me at the closest bus stop from where I could catch my bus. Steve is a real estate agent and told me he was on his way to meet a client but he couldn’t avoid offering me a ride, because he also had some bad experiences with unreliable public transportation in the past.

Steve really made my day. It’s little things like this that make me feel positive about people and I couldn’t stop thinking how cool Steve was. Since I felt very grateful and you can’t mess up with karma, I want to dedicate my weekly sneeze to Steve, and seize the opportunity to talk about the cliché of ‘individualism’ in American society. It is not the first time that random people turn to be very nice to me here in the US. I remember one gentleman letting me use his card to get discounts at a supermarket in California; and other people taking detours from where they were heading to literally walk me in front of the entrance of places I was looking for. In general, what I love about Americans is their open-mindedness and positivity. It just puts a smile on my face every time I go out.

There’s an interesting TV show called “What would you do?” that stages ethically controversial scenarios (about racism, homosexuality, etc.) in public places to see how people react. A lot of times I am amazed to see how positively people react- meaning that they step up and say something. Of course, many people just don’t care, but I am still convinced that the rate of the average American reaction would be higher than the Italian (I can’t speak on behalf of Europe as a whole, as it would be intellectually dishonest given the cultural differences among the countries).

In his last docu-film, Girlfriend in a Coma, Bill Emmott showed a very cruel scene of a homicide in front of a bar in Naples. As the Italian journalist Roberto Saviano comments in the video, what is shocking apart from the cruelty of the scene itself, is the complete lack of reaction of the people. They look at the dead body for a second and then they walk away, totally inured to that crazy violence, as if it was part of their daily routine (and for some people especially in those areas it probably is). I recognize that the example I brought here does not really exemplify the sense of community in Italy nor it is comparable to the scenes staged in the American TV show. That said, however, I found the video emblematic of the Italian omertà and social values in general that I perceive to be completely adrift in Italy. By the way, I just sadly found out that there is no translation for the word omertà in English, which makes me assume that it is a word originated and immanent exclusively to the Italian context.

I’d love to see “What would you do?” replicated in European countries. I think it tells a lot about the society we are living in and it’s extremely educative. Topics like bullism, homophobia, racism, and cheating should be discussed in schools, because education is the heart of change.

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Domanda: “Qual è la caratteristica principale che ti viene in mente quando dico società americana?” Scommetto che molti risponderebbero “individualismo”. La risposta è tipica soprattutto se sei europeo, o più in generale non un cittadino americano. E’ anche ciò che pensavo anch’io prima di venire per la prima volta negli States.

Una definizione che ho trovato di individualismo è la seguente (tradotta dal link della versione in inglese): “l’azione o il principio che afferma l’individualità e indipendenza di un soggetto; egoismo”. Al contrario, senso di comunità viene definito come (vedi again link in inglese): “il sentimento di vicinanza e amicizia che esiste tra compagni”. Ho trascorso un po’ di tempo ormai in America e mi sento di dire che il senso di comunità qui è molto forte e è uno dei motivi per cui amo gli americani.

Questo starnuto è un po’ diverso dagli altri per tre motivi: uno, è stato Saint Patrick’s Day e a giudicare dal mio rincoglionimento direi che ho avuto cose migliori da fare questo weekend che rimanere a casa a fare il secchione e scrivere di politica. Due, mi piace credere al karma e quindi questo è il mio modo per ricambiare il favore del gentiluomo in foto. Tre, penso che sia una buona opportunità per trarre spunto e parlare di società americana (e italiana) da una prospettiva diversa.

Venerdì mattina, sono uscito di casa per andare a prendere il bus e andare a lavoro. Sfortunatamente, l’ho visto passare di fronte a me in anticipo rispetto al normale orario, e quindi ho iniziato a correre verso la fermata, ma l’ho perso. Steve, il gentiluomo generoso, mi ha visto imprecare in tutte le lingue che puoi trovare su un bicchiere del MacDonald e, abbassando il finestrino della sua macchina, mi dice: “Hey amico, vuoi un passaggio per andare a prendere il bus?” E così mi ha portato fino alla prima fermata disponibile per riuscire a riprendere il mio bus. Steve è un agente immobiliare e mi ha detto che nonostante stesse andando ad un appuntamento con un cliente, non ha potuto fare a meno di fermarsi e offrirmi un passaggio, perché anche lui, in passato, ha avuto brutte esperienze con il trasporto pubblico locale.

Steve mi ha cambiato proprio la giornata. Sono le piccole cose come questa che mi fanno sentire ancora positivo e non sono riuscito a smettere di pensare a quanto figo sia stato Steve. Dato che gli sono molto grato ed è meglio non incasinarsi col karma, voglio dedicare questo mio starnuto settimanale a Steve e cogliere l’opportunità per parlare dello stereotipo dell’Individualismo nella società americana. Non è la prima volta che gente a caso sia stata davvero gentile nei miei confronti qui negli States. Mi ricordo di un signore che mi ha fatto utilizzare la sua carta per ottenere degli sconti al supermercato in California; e altre persone che allungavano il loro percorso per accompagnarmi letteralmente all’entrata di posti che stavo cercando. In generale, ciò che amo degli americani è la loro apertura mentale e positività. Mi mette un sorriso ogni volta che esco.

C’è un interessante show televisivo, chiamato “What would you do?” (“Cosa faresti?”) che mettono sul set scene eticamente controverse (che riguardano temi come il razzismo, l’omosessualità, etc.) in spazi pubblici per vedere come reagisce la gente. Molte volte sono stupito per come la gente reagisca positivamente, nel senso che intervengono. Ovviamente, molte altre persone se ne fregano, ma sono ancora convinto che la media di reazioni da parte degli americani sia più alta di quella degli italiani (non posso parlare a nome dell’Europa perché non sarebbe onesto intellettualmente date le grandi differenze culturali nei vari Paesi).

Nel suo ultimo docu-film, Girlfriend in a Coma, Bill Emmott mostra la scena molto cruenta di un omicidio di fronte ad un bar a Napoli. Come commenta Roberto Saviano, ciò che è scioccante a parte la scena in sé, è la completa assenza di reazione da parte della gente. Guardano il cadavere per un secondo e poi se ne vanno, completamente assuefatti a quella violenza pazzesca, come se fosse parte della loro normale quotidianità (e probabilmente per alcune persone che vivono in quelle aree lo è per davvero). Riconosco che l’esempio che ho portato qui non esemplifichi il senso di comunità in Italia né può essere comparato alle scene del programma TV americano. Detto ciò, però, credo che il video sia emblematico dell’omertà e dei valori sociali più in generale, che penso siano completamente alla deriva in Italia. Tra le altre cose, ho appena dovuto constatare molto tristemente che non esiste un vocabolo che traduca ‘omertà’ in inglese, che mi fa dedurre che sia un termine originato e immanente esclusivamente al contesto italiano.

Mi piacerebbe moltissimo vedere “Cosa Faresti?” replicato nei Paesi europei. Penso faccia scoprire molti aspetti della società in cui viviamo ed è estremamente educativo. Temi come il bullismo, l’omofobia, il razzismo, l’imbrogliare dovrebbero essere discussi nelle scuole, perché l’educazione è il cuore del cambiamento.

E-democracy à l’italienne

Technology has permeated all social domains and dynamics. Politics has sheltered itself by hiding and erecting walls. Grillo has the merit of introducing the theme of the application of ICT to the political sphere. There are a lot of outcomes to this and also very significant- for instance, the role played by social media during the Arab Spring.

Do you remember the whole debate right before the elections because of the impossibility for a lot of Italians abroad (me included) to cast their votes? Well. A very simple e-voting system would have given voice to 25000 Italians. Is it possible that in 2013 we are able to send robots on Mars but we can’t make people express their votes via internet? In Estonia, the first e-voting took place in 2005. In Italy, in contrast, we are now starting issuing electronic IDs and I have to be fooled around- to use an euphemism- because the people that take a look at my current ID think that it’s a relic of some Eastern European former communist regime (no offense!).

That’s it? Not at all. E-democracy and e-government can be developed through several instruments whereby individuals can participate to public life. The Municipality of Florence, for instance, has done some steps forward with the introduction of statistics open source. Transparent-Gov is a far better example. The benefits are huge and include essentially a dramatic reduction of the administrative cost; an improvement in the accessibility of public services; and higher transparency in the management of public affairs. This is not little considering that our debt has passed the ceiling of 2000 billion euros and Italy ranks 72- along with Bosnia and Herzegovina and Sao Tomé & Principe- for level of corruption according to Transparency International.

Platforms like Liquid Feedback, of which we hear talking a lot among the grillinis, allow the creation of referendums in real time. As the developers write, Liquid Feedback can be seen as a proxy voting system, namely giving the chance to individuals to delegate their votes to others. In the case of Liquid Feedback, representatives would act like proxies for groups of people by establishing a direct communicative channel thereby obtaining legitimization in real time for the decision to be made. E-democracy, therefore, has the potential to redefine the boundaries between representative and direct democracy.

Let’s take a look at the grillino movement. In my opinion, there’s a significant divide between the 5 Star Movement (M5S) and the diarchy Grillo&Casaleggio. M5S has the potential to drastically change the way we do politics in Italy- as it already happens in other countries with the Pirate Party (that also exists in Italy but it’s overshadowed by M5S). E-democracy and e-government can seriously become the emblem of the Third Republic. Personally, I don’t believe that the whole institutional structure could be replaced by “e-institutions.” This is because I don’t believe that representative democracy can be substituted by e-democracy. I’m very much in favor, however, to digitalize as much as possible public services and functions (e-government) and introduce instruments of direct democracy to complement the representative function (e-democracy). But I’ll look at this more in-depth in another post.

Let’s get back to the point. The gap between M5S and Grillo&Casaleggio. As long as M5S will be tied up to the diarchy it will not burst out all its revolutionary potential. Grillo points out how extraordinary the internet panta rei is, an in fieri mellifluous non-place where power means sharing and everything belongs to everyone. Rhetoric. The contradiction within M5S are huge and it only takes a second by looking at Grillo’s blog to realize it. Yes, his blog, because in Italy e-democracy belongs to a private citizen. Let’s take a look at the Non-Charter of M5S.

Article 1: “[…] The “Registered Address” of “5 Star MoVement” coincides with the web address www.beppegrillo.it. Contacts with the MoVement are assured exclusively through the email address MoVimento5stelle@beppegrillo.it.”

Article 3: “The name of the 5 Star Movement is a registered trademark in the name of Beppe Grillo, the only rightful owner for the use of it” (I did the translation myself, so it might not be 100% accurate). In the 7 articles of the Non-Charter, the reference to “Beppe Grillo” appears 8 times considering his name, email, and blog- without taking into account his name in the symbol and two references in each page’s footnote. It’s clear that Grillo claims the “ownership” of the concept of e-democracy. It seems like he’s yelling: “I invented e-democracy!” in an identification between the Subject and E-Democracy that results very scary.

Federico Pistono, a member of M5S, has released a video published by the Huffington Post where he explains that there’s no democratic decision-making process at national level. Other members, Sabetta, Barillari, and Festa have developed a proposal for an Electronic Online Parliament of the 5 Star Movement. Clearly, a lot of members denounce the funnel-shaped structure of the movement where gallons of inputs and ideas enter, but only filtered screams of the owner-non-leader-yet-only-spokesperson come out. I imagine that this internal contradiction on the central tenet of e-democracy will bring about big tensions within the movement. However, the turning point will still have a long way to go if many (maybe the majority of) the militants remain anchored to the idea of “they’re all crap, let’s send them home” and leave the direction of the movement to Grillo&Casaleggio. From this point of view, the M5S just resembles one of the many leader-centered parties. Otherwise, why then- unlike other countries- the promoters of e-democracy in Italy did not follow the model of the Pirate Party? I suggest to compare the pirates’ charter with the grillinis’. In my opinion, there are two simple reasons why the Pirate Party did not have the same success in Italy. First of all, M5S was born as a protest to the establishment and has aggregated a lot of people that belonged to the pirates’ constituency. Secondly, we are just not able to manage ourselves yet. Historically, in Italy people usually go for strong leaders, those who put their names on top of party symbols. And I think Grillo is just part of an old cycle that repeats itself in a revisited fashion.

And “traditional parties”? They’re literally stuck watching oblivious. It’s completely true that they have no idea of the importance of e-democracy. The M5S has established a new standard in doing politics that can’t be ignored. Political and economic reforms aside, the challenge for traditional parties is all about the epistemology of e-democracy and e-government.

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La tecnologia ha ormai permeato quasi tutti gli ambiti e le dinamiche della società. La politica si è finora salvata, nascondendosi e trincerandosi. Grillo ha il grandissimo merito di aver introdotto in Italia il tema dell’applicazione dell’Information and Communications Technology (ICT) al mondo della politica. I risvolti sono molti e davvero significativi. Si pensi, innanzitutto, al ruolo che i social media hanno giocato nella Primavera Araba.

Vi ricordate tutto il casino scatenatosi alle elezioni di pochi giorni fa per gli italiani all’estero che non hanno potuto votare (me compreso)? Bene. Un semplicissimo sistema di voto elettronico avrebbe dato voce a 25000 italiani. Ma io dico, è possibile che nel 2013 mandiamo robot su Marte e non riusciamo a far esprimere un voto via internet? In Estonia, il primo e-voting è avvenuto nel 2005. Noi invece oggi stiamo iniziando a introdurre le carte d’identità elettroniche e io mi devo sentire preso in giro- per usare un eufemismo- perché coloro che vedono la mia carta d’identità pensano che sia una reliquia di qualche regime comunista dell’Est dell’Europa (no offense!).

Tutto qui? Nemmeno per sogno. L’e-democracy e l’e-government possono essere sviluppati con tantissimi strumenti attraverso cui ogni singolo individuo può partecipare attivamente alla vita pubblica. Il Comune di Firenze, per esempio, ha fatto dei passi avanti con l’introduzione di dati e statistiche open source. Un esempio ben più strutturato è quello di Transparent-Gov. I benefici sono enormi e si tratta principalmente di una riduzione significativa dei costi di amministrazione e di un miglioramento nell’accessibilità ed erogazione dei servizi nonché di un incremento di trasparenza nella gestione della Cosa Pubblica. Direi che non è poco considerando che il debito ha sfondato il tetto dei 2000 miliardi di euro e siamo al 72 posto- insieme a Bosnia Herzegovina e Sao Tomé & Principe- per livello di corruzione secondo Transparency International.

Piattaforme come Liquid Feedback, di cui tanto si sente parlare nei circoli grillini, permettono in parole povere di creare referendum in tempo reale. Come scrivono gli stessi sviluppatori, Liquid Feedback può essere interpretato come un sistema di proxy voting, ovvero la possibilità di delegare il proprio voto ad un altro soggetto. Il meccanismo del proxy voting esiste già in diversi Paesi e in diverse forme. Nel caso di Liquid Feedback, il rappresentante agirebbe come proxy di un gruppo di persone stabilendo un canale comunicativo diretto e ottenendo legittimazione in tempo reale per le scelte da intraprendere. L’e-democracy ha quindi il potenziale di ridefinire i confini tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta.

Guardiamo ora un attimo al movimento grillino. Il mio punto di vista è che ci sia uno scollamento significativo tra M5S e la diarchia Grillo&Casaleggio. L’M5S ha il potenziale per imprimere davvero una svolta rivoluzionaria nel fare politica in Italia- come già accade in altri Paesi con il Partito dei Pirati (che esiste anche in Italia, ma è nell’ombra a causa dell’M5S). La Terza Repubblica italiana può davvero iniziare all’insegna dell’e-democracy e dell’ e-government. Personalmente non credo che tutto l’assetto istituzionale possa essere sostituito da “e-istituzioni”. Questo perché non credo che la democrazia rappresentativa possa essere sostituita dalla e-democracy. Sono però favorevolissimo a digitalizzare quanto più possibile servizi e funzioni pubbliche (e-government) e introdurre strumenti di democrazia diretta per complementare la funzione rappresentativa (e-democracy). Ma approfondirò questo tema in un altro post.

Torniamo al punto. Il gap M5S-Grillo&Casaleggio. Finchè l’M5S non si slegherà dalla diarchia, il suo potenziale rivoluzionario non si sprigionerà. Grillo discute di quanto sia straordinario il panta rei della rete, un non-luogo mellifluo in fieri dove il potere è condivisione e tutto appartiene a tutti. Retorica. Le contraddizioni interne all’M5S sono enormi e basta guardare il blog di Grillo per rendersene conto. Sì, il suo blog, perché l’e-democracy, in Italia, è di proprietà di un singolo privato. Prendiamo il Non-Statuto dell’M5S.

Articolo 1: “[…] La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.”

Articolo 3: “Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.” Nei 7 articoli del Non-Statuto, il riferimento a “Beppe Grillo”, tra nome, blog e email, appare 8 volte- senza contare i riferimenti nel simbolo dell’M5S e due altre volte per ogni pie’ di pagina. E’ evidente che Grillo rivendichi la “proprietà” del concetto di e-democracy. Sembra un altro dei suoi strilli a mo’ di Pippo Baudo “L’e-democracy l’ho inventata io!”, in un’identificazione tra Soggetto e E-Democracy che non può che far paura.

Federico Pistono, membro del M5S, ha rilasciato un video pubblicato da Huffington Post, in cui spiega che in realtà non c’è alcun processo democratico di decision-making nel movimento a livello nazionale. Altri esponenti del M5S, Sabetta, Barillari e Festa, hanno messo su una proposta di Parlamento Elettronico Online del Movimento 5 Stelle. E’ chiaro che molti denuncino la struttura ad imbuto del movimento, dove entrano litri di input di idee ed escono spruzzi di urla filtrati dal proprietario-non-leader-ma-portavoce-unico del movimento. Questa contraddizione interna sul concetto cardine dell’e-democracy immagino porterà grandissme tensioni all’interno del movimento. Se, però, molti (forse la maggioranza) dei militanti rimarrà ancorata all’idea del “fanno tutti schifo, mandiamoli tutti a casa” lasciando in pratica la direzione del movimento a Grillo&Casaleggio, allora la svolta non ci sarà. Da questo punto di vista, M5S mi sembra una replica di uno dei tanti partiti leaderistici. Altrimenti perché in Italia, a differenza degli altri Paesi, i promotori dell’e-democracy non hanno seguito il modello del Partito Pirata? Suggerisco di fare un confronto tra i documenti costitutivi dei pirati e quelli dei grillini. Secondo me i Pirati non hanno avuto lo stesso successo in Italia per due semplici motivi. Uno, M5S è nato principalmente come protesta all’establishment e ha aggregato molta gente nel bacino dei pirati. Due, non siamo ancora capaci ad autogestirci. Storicamente in Italia ci si affida alla figura del leader forte, quello che mette il suo nome sul simbolo del partito. E penso che Grillo sia solo parte di un vecchio ciclo storico che si ripete in maniera rivisitata.

E i “partiti tradizionali”? Stanno letteralmente a guardare. E’ verissimo che non hanno la minima idea della portata dell’e-democracy. L’M5S ha segnato un nuovo standard nella politica di tutti i giorni e non può essere ignorato. Riforme politico-economiche a parte, la sfida dei partiti è tutta sul terreno epistemologico dell’e-democracy e dell’e-government.

International Cooperation: The Other Side of The Coin — Cooperazione internazionale: l’altra faccia della medaglia

IMG_1030Last year in January I decided to work as an international volunteer in Africa. Sub-Saharan Africa is the region I specialized in during the course of my studies and I couldn’t wait to actually get an experience in the field. I ended up in Cotonou, Benin, for 4 months. My program lasted for only 8 weeks but I loved it too much and I wanted to stay longer. Then I realized that 4 months were not enough, and I started applying for other jobs. I therefore moved to Accra, Ghana, where I worked for 6 months as Project Manager. I worked both times for local NGOs.

I’ll for sure write more posts on this awesome experience, but now I’d like to share only some thoughts on the shortfalls of international cooperation. A premise is necessary: what I am going to describe is not the only side of the medal. The are a lot of success stories in the field of international cooperation. However, I feel like it’s useful to shed some light on the dark side of the system. In Benin I worked in Ladji, the poorest yet most interesting community of Cotonou, where I got to know some of the most generous people I’ve ever met. I carried out a lot of activities with community members on projects to prevent HIV and malaria. What I found out is that although the CEO of the NGO- Dr. Théophile Hounhouedo, one of the most prominent doctors of Cotonou and probably of Benin- had received funds from huge organizations such as The World Bank and The Global Fund, the people that were working in the projects could not even earn enough money for their most basic needs.

This is because these humongous institutions disburse funds most of the time in tranches (in my case, every three months), after receiving the project’s trimestral results. Also, in 99% of the cases, salaries are paid late because the certification of the results takes approximately 45 days. The relais communautaires– community leaders and members working for the projects- cannot survive without income for over three months and always have a second job or look for other more fruitful opportunities. A vicious cycle therefore starts and it rarely brings to good results. Moreover, in most cases supervision takes place at contractor level, namely host nation’s Ministries, international organizations, or big US or EU-based NGOs. Donors very rarely engage with local NGOs that are the principal implementer of projects.

Obviously, the main contractors get the funds for the programs and it’s up to them to allocate the resources to sub-contractors, namely local NGOs. From my experience I can say that the greatest chunk of the money remains-evaporates-disappears at contractor level. Contractors have all the incentives to show good results to donors even when there’s no evidence that the project is on track because they want to assure themselves a continuous flow of funds. At the end of the day, only crumbs get to local NGOs that are responsible to carry out the activities on the ground.

There’s evidence that Sub-Saharan countries receiving aid are worse-off. Dambisa Moyo investigated this interesting inverted correlation. I am not suggesting here that developed countries and international organizations should all of a sudden stop providing financial resources towards developing countries. What I am trying to point out here, paraphrasing Chris Spray and applying it to the context of international cooperation, is that it “is like teenage sex- everybody claims they are doing it but most people aren’t, and those that are, are doing it very badly.”

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L’anno scorso ho deciso di partire come volontario internazionale in Africa. L’Africa sub-sahariana è la regione in cui mi sono specializzato nel corso dei miei studi. Per questo motivo, non vedevo l’ora di fare un’esperienza sul campo. Sono andato a finire a Cotonou, in Benin, per 4 mesi. Il programma aveva una durata di appena 8 settimane, ma l’esperienza è stata così figa che sono voluto restare più a lungo. Poi, non avendo molto “amore di casa” e avendo realizzato che 4 mesi non erano sufficienti, ho incominciato a cercare altre opportunità. Me ne sono andato così ad Accra, in Ghana, dove ho lavorato per 6 mesi come Project Manager. In entrambi i casi, ho lavorato per ONG locali.

Di sicuro scriverò altri post su questa esperienza fantastica, ma per ora vorrei solo condividere qualche pensiero sui deficit nell’ambito della cooperazione internazionale. Premessa: ciò che sto per descrivere non è l’unica faccia della medaglia. Ci sono molte storie di successo nella cooperazione internazionale. Tuttavia, penso che sia utile far luce negli angoli più oscuri del sistema. In Benin ho lavorato a Ladji, la comunità più povera ma anche più interessante di Cotonou, dove ho incontrato le persone più generose che abbia mai conosciuto. Ho partecipato ad attività con membri della comunità locale su progetti per la prevenzione di HIV e malaria. Ciò che ho constatato è che, nonostante il fondatore e amministratore dell’organizzazione, il Dottor Théophile Hounhouedo- uno dei dottori più di spicco di Cotonou e probabilmente del Benin- avesse ottenuto fondi da organizzazioni internazionali enormi, quali la Banca Mondiale e il Global Fund, i membri della comunità che lavoravano ai progetti non riuscivano nemmeno ad ottenere uno stipendio adeguato per far fronte ai bisogni più basilari.

Ciò avviene perché questi giganti istituzionali sborsano fondi il più delle volte in tranche (nel mio caso, ogni tre mesi), dopo aver ricevuto i risultati trimestrali del progetto. In più, nel 99% dei casi, gli stipendi vengono pagati in ritardo a causa della certificazione dei risultati per cui ci vogliono approssimativamente altri 45 giorni. I relais communautaires, ovvero i leader e membri della comunità che lavorano al progetto, non possono sopravvivere per più di tre mesi senza reddito e hanno sempre un secondo lavoro o sono in costante ricerca di opportunità più proficue. Si crea così un circolo vizioso che raramente porta a buoni risultati. Inoltre, nella maggior parte dei casi, la supervisione da parte dei donors avviene a livello dell’appaltatore, ovvero Ministeri, organizzazioni internazionali e  grandi ONG con base in USA o in UE. I donors raramente entrano in contatto con le ONG locali che sono gli attori principali dei progetti.

Ovviamente, gli appaltatori ricevono i fondi per i programmi e sono loro a decidere come distribuirli ai sub-appaltatori, cioè le ONG locali. Dalla mia esperienza, posso dire che la gran parte dei fondi resta-evapora-sparisce a livello degli appaltatori. Questi ultimi hanno anche tutti gli incentivi per mostrare buoni risultati anche quando non ci sono prove che i progetti siano sui giusti binari, in quanto vogliono assicurarsi un flusso continuo di fondi. Alla fine, solo briciole arrivano alle ONG locali che sono responsabili delle attività sul campo.

Ci sono ricerche che provano che i Paesi dell’Africa sub-sahariana che ricevono aiuti stanno messi peggio. Dambisa Moyo ha studiato questa interessante relazione inversa. Non sto suggerendo che i Peasi più sviluppati e le organizzazioni internazionali cessino all’improvviso di erogare fondi ai Paesi in via di sviluppo. Ciò che voglio evidenziare qui, parafrasando Chris Spray e applicando la citazione al contesto della cooperazione internazionale, è che “è come il sesso adolescenziale- tutti dichiarano di farlo anche se la maggior parte mente e quelli che ci riescono, lo fanno davvero male”.