Comparative Politics Vol 1: Education. Malaysia vs Italy – Politica Comparata Vol 1: Istruzione. Malesia vs Italia

 

 

 

 

 

I’ve been working on a socio-economic report in Malaysia for a few months now. Malaysia has accomplished an incredible development since its independence from the UK in 1957. From 1970 to 2010 the level of poverty has decreased from 49,3% to 3,8% (see p. 53). The various governments have significantly contributed to the economic transformation from an agricultural-based economy to an industrial one. The economic transformation is now set to make Malaysia a knowledge-based economy.

Political stability has been a crucial factor in the development of the long-term vision (from 1957 till today there have been 13 elections and 6 PMs whereas in Italy we’ve had 41 PMs’ alternations from 1946 up to today considering elections, cabinet re-shuffles, ‘coups within the Cabinet’ due to internal power struggles, and all sorts of other incomprehensible dynamics typical of Italian politics).

Here, the Government implements 5-year economic plans (i.e. the 10th Malaysia Plan currently underway). Back in 1991, the former Prime Minister Tun Mahathir launched his programme, Vision 2020, in order to make Malaysia a high-income country (the World Bank currently ranks Malaysia as an upper middle-income country).

There are many aspects that struck me positively. Above all the fact that everyone is conscious that in order to enjoy higher standards of living, the key variable to invest on is education. In 2011, the Government allocated 20.9% of the total public spending on education against 8.9% in Italy in 2010. If we look at other industrialized countries, the US allocated 12.7%; the UK 13.3; Norway 15.3%.

Universities here work hand in hand with industry in order to facilitate the access to the labor market. The Government supports financially all high-tech sectors that promote high-skilled labor and contribute to the economic transformation of the country. Due to steer competition from mid-value manufacturers such as India and China, Malaysia has taken a different direction by focusing on its comparative advantages (e.g. biotechnology considering the incredible biodiversity present in Malaysia) and investing heavily on technology and innovation (and by attracting FDI) thereby upgrading the value chain from mid to high-value added.

What about us? When is the last time we spoke about industrial policies (let alone five-year plans with investment targets, expected growth, and employment opportunities)? The complete absence of policies in our political debate is baffling as it is the lack of information and statistics. This is the website dedicated of the Economic Transformation Programme. It might be because I haven’t been in Italy for a while now, but I can’t remember anything like this in my country.

When are we going to understand that we have to focus on our comparative advantages? We have to realize that countries and entire regions that were excluded from the global market have now entered it as a consequence of globalization. The great majority of labor-intensive economic activities has moved where labor cost is lower. Trying to compete on a large scale on mid-value goods is a waste of time. So is seeking to get those jobs back. The inability to innovate and interpret the major socio-economic upheavals is what has brought Italy to a slow but steady decline.

How is it possible that in the country that boasts the highest number of UNESCO World Heritage sites (49) History of Arts – as a high-school discipline – gets cut down (or eliminated?) along with our permanent delegation to UNESCO? Of course I’m not saying that everyone should become either an artist or an art critic, but this is certainly an area that makes Italy unique in the world and that would create massive spin-offs in tourism and cultural economic activities.

Energy policy? Italy imports 79% of the energy it consumes. Considering how much we spend, we should be at the forefront in terms of R&D in renewable energy. Not only for strictly economic reasons, but also for strategic political ones (e.g. the consequences of Libya post-Gaddafi; and the Ukrainian conflict with Russia and the threat it poses in terms of gas supply to Europe). We could create, like in Malaysia, economic corridors in order to develop strategic economic areas with tax breaks, simplified regulations, and partnerships with universities in order to promote R&D and attract FDI, thereby creating high-skilled (and high-income) employment opportunities.

Lesson learned: the creation of a conducive ecosystem for innovative businesses starts from investments in education and R&D.    

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Mi trovo da qualche mese in Malesia per sviluppare un report socio-economico sul Paese. La Malesia ha fatto passi da gigante dal 1957, anno della sua indipendenza dalla Gran Bretagna. Dal 1970 al 2010, il livello di povertà è stato ridotto dal 49,3% al 3,8% (vedi p.53). I Governi che si sono succeduti hanno contribuito significativamente alla trasformazione economica da una società agricola a industriale e ora “knowledge-based.”

La stabilità politica di cui gode la Malesia ha certamente contribuito allo sviluppo di una visione di lungo termine (dal ’57 ad oggi ci sono state 13 elezioni e 6 Primi Ministri contro i 41 avvicendamenti di Capi di Governo in Italia dal 1946 ad oggi, tra elezioni, colpi di palazzo, rimpasti, ribaltoni e altre denominazioni intraducibili e incomprensibili al resto del mondo).

Qui si fanno piani economico-industriali su base quinquennale (attualmente è in atto il 10th Malaysia Plan) e nel 1991 l’allora Primo Ministro Tun Mahathir lanciò il suo programma Vision 2020, una roadmap con lo scopo di far diventare la Malesia un Paese ad alto reddito (attualmente è classificato secondo la World Bank come upper middle-income).

Ci sono tantissimi aspetti che mi hanno colpito in maniera positiva (e spero di aver la possibilità di approfondirli in post futuri). Ma ciò che mi ha sorpreso maggiormente è che tutti sono consapevoli del fatto che per raggiungere migliori standard di vita, la variabile fondamentale su cui investire è l’istruzione. Nel 2011 in Malesia, la spesa pubblica verso l’educazione è stata del 20,9% del totale contro l’8,9% dell’Italia nel 2010. Se guardiamo altri Paesi industrializzati, gli USA investivano nel 2010 il 12,7%; la Gran Bretagna il 13,3%; la Norvegia il 15,3%.

Le università qui lavorano a strettissimo contatto con l’industria per favorire l’inserimento nel mercato del lavoro e il Governo sostiene finanziariamente tutti quei settori high-tech o che favoriscono lo sviluppo di high-skills che promuovono la trasformazione economica del Paese. Trovandosi a competere con colossi del settore manifatturiero di medio valore aggiunto (India e Cina), la Malesia ha intrapreso una direzione diversa, sfruttando i propri comparative advantages (per esempio nel settore della bio-technology data l’incredibile biodiversità) e investendo in maniera massiccia in tecnologia e innovazione (con incentivi per favorire l’entrata di investimenti stranieri diretti) che permetterà la trasformazione della produzione da medio ad alto valore aggiunto.

E noi? Da quanto non si sente parlare di politica industriale (figuriamoci di piani quinquennali con target specifici per quanto riguarda livelli di investimento, aspettativa di crescita e numero di posti di lavoro)? L’assenza di policies è a dir poco sconcertante nel nostro Paese e lo è altrettanto la mancanza di accesso a informazioni e statistiche. Questo è il sito che riguarda l’Economic Transformation Programme in atto in Malesia. Sarà che manco dall’Italia da un po’ ma non ho memoria di niente del genere. Soprattutto perchè manca la politica alla base.

E noi quando capiremo che per crescere economicamente dobbiamo concentrarci sui nostri comparative advantages? Dobbiamo renderci conto che la globalizzazione ha permesso l’entrata nel mercato globale di Paesi ed intere regioni che fino a poche decine di anni fa ne erano completamente escluse. Di conseguenza, gran parte dei lavori di tipo labor-intensive si sono spostati dove la manodopera costa una frazione di quella dei Paesi industrializzati. Cercare di competere in larga scala su questo territorio è tempo perso. Cercare di far “rientrare” quel tipo di posti di lavoro lo è altrettanto. La nostra incapacità di innovare, di interpretare gli sconvolgimenti globali a livello socio-economico ha portato al declino il nostro Paese.

Ma come si fa, nel Paese che vanta il più alto numero di siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO (49) a ridurre (o cancellare?) le ore di insegnamento di Storia dell’Arte e la rappresentanza permanente presso l’UNESCO? Questo non vuol dire (come molti bacchettoni italiani pensano) che “non possiamo mica tutti essere artisti o critici d’arte” ma di sicuro questo è uno di quei comparative advantages di cui sopra che rendono il nostro Paese unico al mondo e che creerebbero un immenso indotto tra turismo e cultura.

Politica energetica? L’Italia importa il 79% dell’energia che consuma. Noi dovremmo essere l’avanguardia della ricerca nel settore delle rinnovabili considerando quanto spendiamo. Non solo da punto di vista strettamente economico, ma anche politico, l’energia è strategica per non essere soggetti a shock esterni (si pensi alla Libia post Gheddafi e al conflitto russo-ucraino e le conseguenze sull’approvvigionamento del gas in tutt’Europa). Si potrebbero creare, come in Malesia, corridoi economici specializzati in settori strategici per l’economia con incentivi fiscali e regolamentari e partnership con le università per favorire la ricerca e lo sviluppo e attrarre investimenti esteri diretti creando così opportunità di lavoro di alta competenza (e alto reddito).

Morale della favola: la creazione di un ecosistema che favorisce lo sviluppo di attività economiche innovative parte da investimenti in educazione e ricerca e sviluppo

Innovation in Operations Assessment: Recent Developments in Measuring Progress in Conflict Environments

My publication with NATO Supreme Allied Commander of Transformation (SACT) finally published and downloadable here.

Transformational Activities in Operations Assessment

This first volume is on the concepts and processes used to measure the progress and results of military operations—called “Operations Assessment” in NATO. In the past two decades, NATO operations assessment has undergone substantial development, driven partly by the experience of the international missions in Bosnia, Kosovo, Iraq, and Afghanistan. This volume reviews recent practices, and suggests ways the process could be improved, including potential future innovations and capability developments.

This work was generated out of the large amount of worked conducted by ACT and partners on developing the NATO Operations Assessment Handbook, sections of the ACO Comprehensive Operations Planning Directive, and a training course for NATO School. This work was supported by a variety of analytical studies, concept development, and experimentation.

Shamelessly Treacherous

Image courtesy of Roberto Mangosi

Image courtesy of Roberto Mangosi

Newspapers announce another government crisis. This afternoon Berlusconi ordered to his Ministers to resign and they replied to their lord with a “Yes Sir.” Berlusconi knows the vote in the Senate will force him to relinquish his seat after his conviction for fiscal fraud this Summer. This is his last attempt to extort the President of the Republic a pardon, namely an act of clemency to forgive his crime; or to try to convince the Senate to save him by voting down the relinquishment of his seat.

To add insult to injury, we are witnessing for the umpteenth time Berlusconi and his political and news servants turning reality upside-down. For two months now, we’ve been listening over and over again that Berlusconi’s conviction was a product of Communist Judges trying to get rid of him with a sentence because of the inability of the Left to defeat him politically. Then- after Cassazione, the Court of third instance, confirmed the sentence of the Court of Appeal- we saw Berlusconi’s video message where he shamelessly stated in front of the whole country that he was innocent. Now MPs of Berlusconi’s party affirm that the reason they resigned is to avoid a tax increase that will occur starting from Tuesday. The tax increase, however, is a direct consequence of PdL’s (Berlusconi’s party) MPs refusal to sign a bill that would have avoided it yesterday.

It is unbelievable how these irresponsible MPs and their absolute master/owner mystify reality. Listening the Minister of Internal Affairs saying publicly that Berlusconi’s conviction and the subsequent relinquishment of his seat at the Senate is against the rule of law and that we now live in a judicial regime is outrageous. We are hostage of a certified criminal. In the rest of Western democracies parties such as PdL would not find place in the Parliament. Because of the subversive nature, PdL should be a mere extra-parliamentary force. In Italy, Berlusconi not only ruled the country for four (and a half, considering this grand coalition government with the Dems) times, but he also loves to define himself “the leader of the moderate conservatives.” Conservatives so moderate that do not want to comply with the rule of law; that pass bills ad personam to save Berlusconi from other trials; and let a country’s government collapse because they are unwilling and unable to survive without their political owner.

By the way, I started this blog during 2013 elections and it was clear since day one that this grand coalition would have been short-lived. In good faith or not, President Napolitano holds the majority of the burden of this failure. He accepted his second mandate as a result of a House of Cards-like Presidential elections with a clear idea in mind: facilitating the creation of a grand coalition. The whole political architecture built up by the President looked extremely weak and incapable of sorting out the huge Italian political, social, and economic challenges. This government should have simply been avoided. Berlusconi couldn’t wait to influence the daily political activity for his own interest and his MPs couldn’t wait to go along with their lord’s wishes. They have little, if any, political stature. They just repeat whatever the boss says, like parrots. No trace of deception in PdL, not even after the conviction. No sign of criticism to the line held by the supreme leader. Ever. Dems have no excuses. After twenty years, it’s no longer possible to believe in their good faith. Now that this new crisis erupted, they seem to fall from the sky. What the hell did you expect from Berlusconi?? He’s there only for his personal interest and he’s there with you as long as you save him. You don’t, you fall with him.

Informazione? Ma de che!

Questo è il livello dell’informazione in questo Paese. Servi di un sistema che fa comodo anche alla loro categoria. Questo è giornalismo? Negli altri Paesi, i giornalisti vengono criticati quando non pongono la “seconda domanda”, quella che incastra l’interlocutore. Da noi non c’è nemmeno l’ombra della prima! Far parlare a ruota libera e poi ripetere a pappagallo ciò che viene detto non equivale a fare informazione. Ma penso che questo sia anche il prodotto del nostro sistema educativo, dove anche durante gli studi universitari c’è una quasi totale mancanza di sviluppo di pensiero critico. Ore ed ore a prepararsi per esami orali dove viene chiesta la virgola del paragrafo X del capitolo Y che devi necessariamente ripetere a memoria. 

Quando capiremo che fare informazione non significa avere talk show organizzati a mo’ di tribuna politica? Ognuno ripete le proprie posizioni, nessuna analisi viene prodotta, nessun contenuto approfondito. Il tutto serve solo a dare visibilità. I TG e i talk show sono il palcoscenico della propaganda. I politici vengono lasciati liberi di cantarsela e suonarsela per ore. Poi c’è il dovere di contraddittorio, dove per simil par condicio devono essere presenti, sempre in numero equo, rappresentanti di schieramenti opposti. Il tutto si traduce in un relativismo estremo dell’informazione: se si parla della sentenza di Berlusconi, naturalmente devono essere presenti una Santanché, un Sallusti, o un Belpietro che devono difendere a spada tratta il loro padrone. Come se di fronte ad una condanna definitiva ci fosse ancora bisogno di difendersi.  Enough. Basta con questi talk show contenutisticamente vuoti. Che si pongano domande sulle policies (programmi, iniziative politiche) e non sulla politics (posizionamento dei partiti, alleanze, dibattiti tutti interni ai partiti) ad esperti e non alle solite facce (giornalisti a libro paga e politicanti) che non dicono mai nulla se non frasi retoriche e attacchi agli interlocutori.

Se i politici sono lì, sempre gli stessi, senza aver fatto crescere questo Paese negli ultimi vent’anni, la responsabilità è anche (e grande) di questi pseudo-giornalisti nostrani.

Krugman vs Alesina and the Italian Stalemate – Krugman contro Alesina e l’impasse italiano

What is the economic policy of the new Italian government? I bet no one can answer this question. On the one hand, the Democratic Party (PD)-or at least some of the ministers- emphasize the importance of cutting taxes on the labor market in order to boost employment. On the other hand, B (that just stands for Berlusconi since it’s hard to believe the existence of a structural party behind him) is obsessed with the repeal of IMU (a tax introduced by Monti on real estate). The problem is that PD and B are sitting at the same table, the Government. Both, however, stress the importance of maintaining the promises made to the EU (i.e. keeping the budget in order, whatever it takes) but at the same time say we need more investments to shake up the real economy.

Well, guess what? The two policies are mutually exclusive, especially in times of crisis. We either expand spending or we cut it. We either choose Keynesian economics or we go for Austerity. This choice mirrors the debate going on between Paul Krugman and Alberto Alesina, the first being of course the Keynesian and the second the Austerian from Bocconi. Krugman criticizes Alesina and Ardagna’s paper arguing that there is no evidence that spending cuts lead to economic expansion. In the Euro area, indeed, austerity has produced the situation in the graph below:

Alesina, in turn, replied Krugman saying “My paper has never claimed that every fiscal adjustment is expansionary. It just claimed that there have been examples in which some well-designed policy packages, based on spending cuts and other measures, have been associated with a positive impact on the economy.”

As I already pointed out in my previous post, the bottom line stays the same: it’s the boom, not the slump the right time for austerity. We all know how badly Italian governments have blown up taxpayers money for the past 30 years or more, and how much money ends up in corruption. I do believe there are sectors where spending must be cut (one example above all, eliminating provinces, a useless administrative layer that sucks money and makes our infamous bureaucratic system even slower).

Yet, do we really think that lying off thousands of people right now will help boosting our economy and keep our budget in order? With an unemployment rate at 11,5% and a big credit crunch, our priority is creating employment and this is why we need more spending now. The US went that way and they are getting out of this mess. We, in Europe, are falling even deeper into it.

So what is the incumbent government doing for our economy? Absolutely nothing. First of all because of its inherent weakness (Left and Right can hardly agree on what the recipe should be, assuming they have any idea about what should be done at all). Second, because we don’t have the guts (and the credibility, since the rest of Europe laughs at us seeing Berlusconi once again) to renegotiate the Fiscal Compact within the EU.

The priorities of our politicians are clearly different. While PD proposes to ban “movements” from running for the next elections (clearly targeting the Five Stars Movement), the Five Stars can’t discuss anything else than how much their own elected MPs should spend for lunch or dinner; B, of course, has a more compelling priority in times of crisis and proposes to halve the term of imprisonment for the people charged with association with the Mafia. This will definitely help restore our economy. 

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Qual è la politica economica del governo Italiano? Scommetto che nessuno abbia una risposta a questa domanda. Da un lato, il PD⎯o almeno alcuni ministri⎯mettono al centro la questione della riduzione delle tasse sul lavoro al fine di sostenere l’occupazione. Dall’altro lato, B (perchè tanto è inutile di parlare di PDL dato che non c’è alcuna struttura partitica dietro di lui) è ossessionato con l’abolizione dell’IMU. Il problema è che PD e B sono seduti allo stesso tavolo, il Governo. Entrambi, tuttavia, sottolineano l’importanza di mantenere le promesse fatte all’UE (tenere i conti in ordine, a qualsiasi costo) ma allo stesso tempo dicono che abbiamo bisogno di più investimenti per dare una spinta all’economia reale.

Ebbene, indovina un po’? Le due politiche sono alternative l’una all’altra, specialmente in tempi di crisi. O aumentiamo la spesa o la tagliamo. O scegliamo una politica economica keynesiana o continuiamo con l’austerità. Questa scelta rispecchia il dibattito tra Paul Krugman e Alberto Alesina, il primo naturalmente rappresentante di Keynes e il secondo dell’austerità bocconiana. Krugman critica un paper di Alesina e Ardagna affermando che non ci sono dati empirici a testimoniare che tagli della spesa corrispondano a crescita economica. Nell’area euro, infatti, la politica di austerità ha prodotto la situazione del grafico qui sotto:

Alesina, allo stesso tempo, risponde a Krugman dicendo “Il mio paper non ha mai affermato che ogni misura fiscale porta crescita economica. Dice solo che ci sono esempi dove pacchetti politici ben strutturati, basati su tagli della spesa, hanno un impatto positivo sull’economia.”

Come ho già descritto in un post precedente, la morale della favola è sempre la stessa: il boom economico, non la recessione, è il tempo appropriato per l’austerità. Tutti noi sappiamo come i governi italiani abbiano sperperato denaro pubblico negli ultimi 30 anni o più e quant’altro denaro sia stato mangiato dalla corruzione. Anch’io credo che si debbano fare dei tagli (un esempio su tutti, le province).

Ma siamo sicuri che licenziando migliaia di persone proprio in questo momento di crisi possa aiutare la ripresa economica? Con un tasso di disoccupazione all’11,5% e in una situazione di ristrettezza del credito, la priorità è creare occupazione ed è per questo che dobbiamo aumentare la spesa adesso. Gli USA hanno preso questa strada e stanno uscendo dalla crisi. Noi, in Europa, ci stiamo sempre più dentro fino al collo.

Quindi, cosa sta facendo il nostro governo per l’economia? Assolutamente niente. Prima di tutto a causa della sua debolezza interna (Destra e Sinistra difficilmente troveranno un accordo sulla ricetta, ammesso che abbiano alcuna idea di cosa si debba fare). Secondo, perché non abbiamo gli attributi (e la credibilità, dato che ci ridono dietro in tutta Europa vedendo ancora una volta Berlusconi) di rinegoziare il Fiscal Compact a livello europeo.

Le priorità dei nostri politici sono chiaramente diverse. Mentre il PD cerca di mettere al bando i “movimenti” (ostacolando chiaramente l’M5S), l’M5S è tutto rinchiuso nella sua discussione su quanto debbano spendere per pranzo e per cena i propri eletti in Parlamento. B, naturalmente, ha un’idea ben chiara delle priorità del Paese e propone di dimezzare la pena detentiva per il concorso esterno in associazione mafiosa. Questo sì che aiuterà l’economia del nostro Paese. 

Occupy PD contro la “rendita da posizionamento”

La politica italiana è ridotta da anni a mera politics. Non vi è alcuna traccia di policies. I programmi politici sono inesistenti. Nessun partito riesce a dire come e da dove vuole prendere risorse per portare avanti quelle generiche e stringate promesse elettorali. E l’informazione non riesce mai a fare quella benedetta “seconda domanda” che dovrebbe inchiodare i politici.

Si discute solo di posizionamento politico, di alleanze, di cariche e nomine. I dirigenti discutono la linea politica da intraprendere in funzione a ciò che fanno gli altri partiti. Inevitabilmente ci si sposta tutti sempre più verso il centro, cercando di diventare quel “partito pigliatutto” in grado di proiettare su di sé la maggioranza dell’elettorato italiano.

E’ così che ragionano all’interno della dirigenza del PD (e anche qualche leader emergente). Se passiamo una linea più centrista, pensano i dirigenti, riusciremo a pescare nella gran parte del bacino moderato, anche quello più conservatore, tradizionalmente di destra. Ma questo è un ragionamento ormai lontanissimo dalla realtà italiana. La grande vittoria del M5S ha dimostrato che ormai gran parte dell’elettorato non è più affezionato alle vecchie nomenklature dei vari partiti e partitini di Sinistra e di Destra. Ma la gran parte del quadro dirigenziale del PD non si è accorto di questo cambiamento e si è affossato da solo durante l’elezione del Presidente della Repubblica, proprio a causa di quei vecchi veti incrociati di varie correnti che gli elettori vedono oggi come l’ennesima dimostrazione dell’autoconservazione della politica, ormai rinchiusa nella politica di palazzo.

Il conseguente governo con B. (che tanto sa di “inciucio”, termine che utilizzo con parsimonia) è la testimonianza di questa paura di cambiare e di seguire i propri valori. Meglio fare un governo con B e spostarsi un po’ più al centro che tentare un governo con il M5S (che comunque sia, non è un partito di Sinistra). Come si può pensare che dopo tutti questi anni l’elettorato di Sinistra possa digerire un governo a braccetto con B.? Mentre B. organizza manifestazioni contro istituzioni dello Stato e manda sui propri canali Ruby a farsi difendere dalle accuse di prostituzione minorile, cosa fa Letta? Si cuce necessariamente la bocca. Uno, perché sa che le sorti del governo dipendono da B. Due, perché non ha più un briciolo di legittimazione per poter contestare le sue azioni. Sartori ha pienamente ragione, B. ha preparato il “trappolone” perfetto.

La Sinistra, invece, deve recuperare la propria visione e sviluppare il proprio orizzonte attorno al suo programma e ai suoi valori. Ma i Dirigenti PD vedono un programma progressista come necessariamente minoritario, non in grado di raggiungere la maggioranza degli italiani. La miopia non ha permesso ai dirigenti di carpire quanto sia cambiata la società italiana. Lo scollamento tra la società civile che vuole cambiamento e la politica che ragiona ancora secondo schemi da Prima Repubblica rappresenta il bivio a cui è arrivato il PD. O si cambia o si muore. O si dà voce alla base, al gruppo dei Giovani Democratici e a Occupy PD, o il partito non sarà che un contenitore vuoto.

Il PD deve rinascere e avere un’anima laica e progressista. Il tatticismo all’insegna del riposizionamento verso un centro vuoto, immobilista, conservatore, solo per cercare di sfruttare questa “rendita da posizionamento” è una logica sciocca e, se deciderà di prendere questa strada, il PD continuerà a non rappresentare alcuna forza di cambiamento e innovazione nell’orizzonte politico italiano.      

House of Cards-like Italian Presidential Elections – House of Cards non è niente a confronto di queste elezioni del Quirinale!

The Presidential election has been one of the most unbelievable moments in recent Italian politics. And that says it all already. Everything took place in a House of Cards scenario, filled with conspiracy and internal power struggles.

The Democratic Party (PD) had an apparently easy task, namely accept the challenge to vote for Five Star Movement’s candidate, Stefano Rodotà (a highly respected personality in Italian politics, who also “belongs” to the Left). This would have finally led to the convergence of  PD and Five Star Movement for the creation of a Government that the vast majority of Left-wing and Five Star Movement’s constituents have hoped for since the elections.

For the presidential elections, PD should have followed two simple principles: 1) pick a candidate that was not perceived to belong to the “old politics” (Italians are clearly fed up with old political executives seen as corrupt and detached from social problems); 2) find a candidate that could have been supported by Five Star in primis (and all other parties in secundis) thereby opening up for the creation of a “government for change.” Five Star, in practice, served PD the perfect candidate on a silver plate, in order to attempt this convergence.

We ended up, however, with the opposite: 1) it’s the first time in the history of the Italian Republic that an incumbent President is elected for a second term; 2) the convergence with the Five Star for a “government of change” is impossible under this President, and PD paved the way for another anachronistic, irrational, an despised government with Berlusconi, which is emblematic of the lack of will to change, and at the same time, represents the “pact for salvation of the Second Republic.”

But how did we get to this point? Why did PD opt for self-destruction during the election of the President of the Republic? It is true that the original sin is all in the hands of PD’s executive group and their idiotic choice of a candidate, Marini, in search for the formation of a government with Berlusconi, Monti, and the League of the North. Marini’s candidacy, obviously, divided the party internally and drove off SEL- the other party in the Center-left coalition that voted for Rodotà during all turns except the fourth, where it backed PD’s candidate Prodi. Unbelievable mistake.

At the same time, however, Renzi (the young PD leader that lost the primaries against Bersani before the elections) did not indicate a clear direction out of this mess. Renzi and his followers did not vote for Rodotà (like SEL did) and didn’t even indicate a strong alternative to Marini that could have followed principles 1) and 2) above by proposing, for example, Emma Bonino. Scalfarotto, an MP belonging to Renzi’s faction, said he did not vote for Rodotà because he was Five Star’s candidate and was selected through an online system of direct democracy that clashed against the principles of representative democracy. Nonsense. Actually, bullshit.

Rodotà was mentioned as a potential Prime Minister in case Bersani did not succeed in gaining the confidence vote in the Parliament (as he didn’t), and he’s also seen favorably by PD’s constituents, many other powerful members of PD, and the overall base of the party. Second, even if what Scalfarotto says is true, why didn’t Renzi propose a strong alternative for change (as Emma Bonino)? Why did they only divert their votes towards candidates that clearly wouldn’t have been supported neither by the rest of the party nor by the rest of the coalition, and not even by other political parties (see Chiamparino), to end up supporting Napolitano’s second term?

It seems clear to me that Renzi seized the day to strike the final hit to the old executives of the party, in a very Frank Underwood-type conspiracy. Prodi (PD’s candidate at the fourth turn, and founding father of PD) didn’t receive the necessary votes to be elected by various factions within PD and I suspect one of these, at least partially, is Renzi’s (although this is just my speculation, as the President is voted with a secret ballot). The unexpected result of the fourth turn shook up PD so hard that Bersani (the current leader) and Bindi (the PD’s national assembly leader) resigned. Renzi struck his target perfectly and landed a huge success (for his future position within the party). The political debacle, therefore, is not only a responsibility of PD’s old executives, but also young leaders that prefer to follow their own agendas within the party to gain power, instead of driving the forces of change for the Nation.

I believe this is probably the end of PD. The stigma of belonging to “old politics” and hamper change is now a label very difficult to shake off, despite the fact that the base of the party, the group of Young Dems, and many other powerful personalities within PD have declared themselves for Rodotà since the very beginning, and against any kind of deal with Berlusconi, Monti, and League of the North. Grillo comes out of these Presidential elections like a statesman (although he said Napolitano’s re-election was “a coup d’état”) and the Left turns out to be one more time a powder-keg. For the sequel, we have to wait for the second season of House of Cards.

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Le elezioni del Quirinale sono state uno dei momenti più incredibili della politica italiana degli ultimi anni. Il che rende già l’idea della pazzia che abbiamo raggiunto. Il tutto si è svolto in uno scenario alla House of Cards- la celebre serie sulla politica americana con Kevin Spacey, piena di complotti e trame per la scalata al potere.

Il PD aveva un compito apparentemente semplice, raccogliere la sfida della candidatura di Rodotà e dare il via ad un governo di cambiamento. Il PD doveva seguire due facili linee di principio per questa elezione: 1) candidare qualcuno che non fosse percepito come appartenente alla vecchia politica, una figura di alto profilo; 2) trovare un candidato che potesse essere condiviso con l’M5S in primis (e tutte le altre forze in secundis), in modo tale da poter cercare la convergenza verso un governo di cambiamento. L’M5S, in pratica, ha dato al PD la pappa pronta.

Siamo finiti, invece, con l’opposto: 1) la prima volta nella storia repubblicana di una rielezione del Presidente della Repubblica; 2) il completo allontanamento dalla possibilità di un governo di cambiamento con l’M5S e l’apertura verso un’ anacronistica, irrazionale, odiatissima opzione di “larghe intese” o più palesemente “patto per la salvaguardia della casta”.

Ma come si è potuti arrivare a questo punto? Come è riuscito il PD ad autodistruggersi durante l’elezione del Presidente? Se a prima vista sembrava un errore madornale della dirigenza PD nel candidare Marini, la questione è molto più profonda. E’ vero che il peccato originale è tutto nelle mani della dirigenza che, completamente slegata dalla realtà, dalla base del PD e del Paese, ha spaccato il partito con la candidatura di Marini per cercare il consenso di PDL, SC e Lega alla ricerca di quel patto odiatissimo con il centro-destra. Errore gravissimo.

Allo stesso tempo, però, i giovani del PD non hanno dato segnali chiari di cambiamento. Non hanno preso una posizione netta o dichiarato di votare per Rodotà (come SEL) e nemmeno hanno proposto un’alternativa forte che seguisse i principi 1) e 2), per esempio proponendo Emma Bonino. Basta guardare ciò che scrive il renziano Scalfarotto su Huffpost. In pratica, afferma di non aver votato Rodotà perché era il candidato del M5S ed è stato votato attraverso un sistema, quello delle “quirinarie” apparentemente conflittuale col sistema rappresentativo. Si arrampica sugli specchi. Anzi, chiamiamo le cose per quello che sono: stronzate. Ammesso che quello che dice Scalfarotto sia vero, come mai i renziani, allora, non hanno proposto una candidatura alternativa nel segno del cambiamento, ma si sono appiattiti su candidature di circostanza (vedi Chiamparino) e hanno poi appoggiato la ricandidatura di Napolitano?

Mi sembra chiaro che Renzi abbia colto l’occasione per compiere l’ultimo assalto alla dirigenza PD, alla Frank Underwood in House of Cards. Prodi è stato impallinato da varie correnti e penso che, almeno parzialmente, i renziani non siano stati proprio così compatti come dicono nel votare Prodi. E il risultato è arrivato: le dimissioni di Bindi e Bersani. La debacle politica, quindi, non è solo responsabilità della vecchia dirigenza PD, ma anche dei giovani leader che seguono le proprie logiche e agende interne al partito, invece di farsi portavoce del cambiamento per il Paese.

Come molti, immagino che sia la pietra tombale per il PD. Lo stigma della casta è ormai marchiato a fuoco, nonostante la base, i Giovani Democratici ed altri esponenti di rilievo del PD si siano dichiarati fin dall’inizio a favore del cambiamento, contro qualsiasi ipotesi di accordo con PDL-Lega-SC. Grillo esce da queste elezioni come uno statista (nonostante abbia gridato al golpe in riferimento alla rielezione di Napolitano) e la Sinistra si è nuovamente polverizzata. Per il sequel, bisogna aspettare la seconda stagione di House of Cards.

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